MARGHERITA HACK
ASTROFISICA
(1922-2013)

Nata a Firenze il 12 giugno 1922, Margherita Hack è stat una delle menti più brillanti della comunità scientifica italiana. Il suo nome è legato a doppio filo alla scienza astrofisica mondiale. Prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia, ha svolto un'importante attività di divulgazione e ha dato un considerevole contributo alla ricerca per lo studio e la classificazione spettrale di molte categorie di stelle.
 
Nasce in una famiglia in cui il padre, di religione protestante, lavora come contabile e la madre, cattolica, diplomata all'Accademia di belle arti, è miniaturista presso la prestigiosa Galleria d'arte degli Uffizi. I genitori, entrambi critici e non soddisfatti ognuno della propria appartenenza religiosa, aderiscono alle dottrine teosofiche instaurando rapporti con un ambiente che in futuro sarà loro di sostegno durante i momenti difficili.
Non simpatizzanti del regime fascista di Mussolini, sono vittime di discriminazioni. Sono inoltre vegetariani convinti e trasmetteranno questa filosofia alla figlia Margherita.
 
Frequenta il liceo classico e inizia a praticare pallacanestro e atletica, ottenendo discreti risultati a livello nazionale nel salto in alto. Nel 1943 all'Università di Firenze, dove frequenta la Facoltà di Fisica, dopo dieci anni ritrova l'amico di infanzia Aldo, che sposa l'anno successivo.
 
Nel 1945, a guerra finita, Margherita Hack si laurea con una tesi di astrofisica relativa a una ricerca sulle cefeidi, una classe di stelle variabili. Il lavoro viene condotto presso l'Osservatorio astronomico di Arcetri, luogo presso il quale inizia a occuparsi di spettroscopia stellare, che diventerà il suo principale campo di ricerca.
 
Inizia un periodo di precariato come assistente presso lo stesso Osservatorio e come insegnante presso l'Istituto di Ottica dell'Università di Firenze. Nel 1947 la Ducati, industria milanese che inizia a occuparsi di ottica, le offre il primo impiego. Margherita accetta, si trasferisce con la famiglia, ma dopo un solo anno sente l'esigenza di tornare al "suo" ambiente universitario, a Firenze.
 
Dal 1948 al 1951 insegna astronomia in qualità di assistente. Nel 1954 ottiene la libera docenza e, appoggiata e spinta del marito, inizia la sua attività di divulgatrice scientifica, collaborando con la carta stampata. Margherita chiede ed ottiene il trasferimento all'Osservatorio di Merate, vicino Lecco, una succursale dello storico Osservatorio di Brera.
Nello stesso periodo tiene corsi di astrofisica e di radioastronomia presso l'Istituto di Fisica dell'Università di Milano. Inizia a collaborare con università straniere in qualità di ricercatore in visita. Accompagnata dal marito, che la segue in ogni spostamento, collabora con l'Università di Berkeley (California), l'Institute for Advanced Study di Princeton (New Jersey), l'Institut d'Astrophysique di Parigi (Francia), gli Osservatori di Utrecht e Groningen (Olanda) e l'Università di Città del Messico.


Galassia M100 vista dal telescopio Hubble

E' il 1964 quando diviene professore ordinario, ottenendo la cattedra di astronomia presso l'Istituto di Fisica teorica dell'Università di Trieste. In qualità di professore ordinario assume l'incarico della direzione dell'Osservatorio astronomico. La sua gestione durerà per più di vent'anni, fino al 1987, e darà nuova linfa ad un'istituzione che in Italia era ultima sia per numero di dipendenti e ricercatori, che per qualità della strumentazione scientifica, arrivando a darle risonanza anche in campo internazionale.

L'enorme sviluppo delle attività didattiche e di ricerca che Margherita Hack ha promosso in università, ha fatto nascere nel 1980 un "Istituto di Astronomia" che è stato poi sostituito nel 1985 da un "DipartimDento di Astronomia", che la scienziata ha diretto fino al 1990.
Dal 1982 Margherita Hack ha inoltre curato una stretta collaborazione con la sezione astrofisica della 'Scuola internazionale superiore di studi avanzati' (Sissa).
 
Ha alternato la stesura di testi scientifici universitari, alla scrittura di testi a carattere divulgativo. Il trattato "Stellar Spettroscopy", scritto a Berkeley nel 1959 assieme a Otto Struve (1897-1963) è considerato ancora oggi un testo fondamentale.
 
Nel tempo ha collaborato con numerosi giornali e periodici specializzati, fondando nel 1978 la rivista "L'Astronomia" di cui è stata direttore fino al 2012. Nel 1980 ha ricevuto il premio "Accademia dei Lincei" e nel 1987 il premio "Cultura della Presidenza del Consiglio".
Margherita Hack è membro dell'Accademia dei Lincei, dell'Unione Internazionale Astronomi e della Royal Astronomical Society.
 
Nel 1992 ha terminato la carriera di professore universitario per motivi di anzianità, continuando tuttavia l'attività di ricerca. Nel 1993 è stata eletta consigliere comunale a Trieste.
Anche se in pensione dal 1997, continua a dirigere il "Centro Interuniversitario Regionale per l'Astrofisica e la Cosmologia" (CIRAC) di Trieste, e si dedica a incontri e conferenze al fine di "diffondere la conoscenza dell'Astronomia e una mentalità scientifica e razionale".

Muore a Trieste il 29 giugno 2013.




Margherita Hack, la figlia delle stelle alla quale non fregava nulla di brillare (intervista del "La Repubblica" del 5/6/2012)

Alla periferia di Trieste, nel quartiere di Roiano, vive
Margherita Hack. Esprime un senso di forza Marghe, come la chiamano qui, abbreviandone familiarmente il nome. Avvinghiata a due stampelle che la sostengono e l’aiutano a camminare, mi viene incontro dal giardino di una casa a due piani. Vi abita dal 1986. Sorride e nella sua parlata toscana mi presenta Zacchi un vecchio cagnetto che mi annusa sospettoso digrignando i denti: «Sono meglio di noi», dice, arrestando un pensiero a mezz’aria. Poi ci sediamo su una panca. Il cielo è pulito dopo la bora dell’altro giorno. Gli oleandri e un paio di ulivi fanno da corredo al nostro parlare. L’astronoma più famosa d’Italia sembra una ragazzaccia che ha da sempre rinunciato a inseguire modelli femminili. Veste dimessa: T-shirt, un paio di anonimi pantaloni, e un golfino per proteggersi dal fresco. È unica, Marghe. Nel modo di raccontare, di esprimersi, di acconciarsi. Confessa che una sola volta in vita sua è andata da un parrucchiere. Guardo la pettinatura che le acconcia una donna che le viene in casa. Le chiedo se le è mai venuto in mente di sedurre qualcuno. Scoppia a ridere: un mio collega mi definiva la bestiona. [...]

Cos’è per lei l’anticonformismo?
«Un modo per sopravvivere alla noia e alla mediocrità».

È un tratto del carattere che l’ha aiutata?

«Direi di no, anche se non lo so con precisione. In fondo sono sempre stata così. Problemi grossi non ne ho mai avuti. Ho fatto una carriera normale, lavorando con impegno e serietà. Non sono giunta a scoperte eclatanti. Ma non me ne lamento».

Però un posto nella storia dell’astronomia se lo è guadagnato.
«Tutta la vita ho studiato le “stelle strane” e lì effettivamente una scoperta di un certo rilievo l’ho fatta. Fu un’intuizione. Ci vollero anni per provarla, quando installarono il satellite dell’ultravioletto».

Parla di sé senza enfasi, né abbellimenti.

«Mi dà noia la retorica e poi non mi piace pensare che l’uomo sia il centro dell’universo. Una sciocca presunzione».

E cosa siamo?

«Un prodotto della sua evoluzione. Più complicato delle stelle. Più simili agli animali, anche se il nostro cervello ci ha consentito di fare un bel salto».

Verso dove?

«Capacità di astrazione. Anche cani e gatti hanno un cervello abbastanza sviluppato, ma non fanno filosofia».

Lei ha una predilezione per gli animali.
«Li preferisco agli uomini. Da giovane ero molto introversa. Poi, col tempo, ho realizzato una forma di adattamento con gli adulti».

E i bambini?
«Non mi sono mai trovata. Per loro non ho nessuna attrazione. Forse perché sono rimasta bambina anch’io. Ricordo però che mi piaceva l’affetto che i miei mi dedicavano».

Che famiglia è stata la sua?
«Mio padre e mia madre erano molto in anticipo sui tempi. Mi hanno insegnato l’amore per la libertà, per la giustizia e il rispetto per il prossimo».

Il cognome Hack?
«Mio nonno era di origine svizzera. Emigrò in Italia. A Firenze. Venne a fare il pasticcere, portò con sé, oltre alla moglie, un figlio di un anno. Mio padre crebbe a Firenze. Lui sviluppò una fede protestante, mentre la mamma era cattolica. Le dico questo perché non ho mai capito il loro turbamento religioso, la preoccupazione per l’aldilà. Il fatto poi che a un certo punto divennero teosofi mi sconcertò».

Divennero cosa?
«Mollarono la religione tradizionale e abbracciarono una scuola di pensiero. Il babbo credeva nella reincarnazione, nei Maestri che ti insegnano la via. Delle belle panzane. Io li chiamavo matti. Ma mi hanno insegnato ad essere vegetariana».

Lo dice con riconoscenza.
«Penso che mangiare carne sia esercitare violenza sugli animali. E poi sono giunta a questa età senza problemi di alimentazione. Anzi sono stata perfino un’eccellente atleta a riprova che le verdure fanno bene».

Non sapevo dei suoi trascorsi sportivi.
«Ero dotata per il mezzofondo. Non avevo scatto, ma fiato e velocità sì. Mi selezionarono per i campionati europei. Ma nel 1942 c’era la guerra e tutto fu bloccato. Mi dedicai agli studi».

Scoprendo la bellezza del cielo.
«Macché. Mi iscrissi a lettere. Andai alla mia prima lezione, tenuta da Giuseppe De Robertis, e mi sembrarono tutte chiacchiere. A quel punto mi venne in mente che mi piacevano la matematica e la fisica».

Materie in cui eccelleva a scuola.
«Non direi. Stavo tra il sei e il sette».

Non brillava.

«Non me ne fregava nulla di brillare, né di essere la prima della classe. Non avevo ambizioni scolastiche, mi interessava capire e la fisica mi piaceva. Insomma, cambiai facoltà. Avvicinandomi alla scienza».

E quindi all’astronomia.

«Non ci pensavo proprio. Volevo fare una tesi sperimentale in elettronica. Ma il direttore dell’Istituto pretendeva che mi laureassi in elettrostatica. Argomento per me vecchio, per cui mi rivolsi al professor Abetti, l’unico astronomo di fama internazionale, che aveva tra l’altro un assistente molto bravo. Con loro feci una bella tesi sperimentale sulle stelle variabili. Imparai a usare il telescopio e la spettroscopia. Mi laureai nel 1945. Per un po’ feci l’assistente volontaria. Ma non c’erano grandi possibilità. Per cui nel 1948 andai a lavorare a Milano. Occupandomi di tutt’altro».

Il cielo poteva attendere.
«Non c’erano soldi, E nel frattempo mi ero sposata. Con Aldo vivevamo dai miei, desiderando di renderci indipendenti. Fui assunta alla Ducati che aveva aperto una sezione di ottica e radio a Milano. E aveva messo a punto una piccola macchina fotografica che avrebbe dovuto fare concorrenza alla Leica. Il mio compito era quello di scrivere le istruzioni per l’uso della macchinetta. Lo stipendio era sufficiente per me e Aldo».

Aldo, cioè suo marito, come lo conobbe?
«C’eravamo conosciuti da bambini ai giardini pubblici. Ricordo che si giocò insieme un’estate intera. Si andava d’accordo. Ma poi lui si trasferì con la famiglia in un’altra città. Ci ritrovammo a Firenze durante gli anni dell’università. E nel rivederci ebbi la sensazione di avere di fronte un estraneo».

Ma le piaceva?
«Mi era indifferente. Mi piaceva il suo ricordo di bambino. Ma siccome né lui né io in quel momento si era impegnati, cominciammo a uscire e poi a baciarci. Ma ce ne è voluto! Lui era fascista e io antifascista, lui cattolico e io non credente, lui studente di lettere e io di fisica. Avevamo due caratteri opposti. Ma dopotutto ci siamo riconosciuti per quello che si era stati da bambini: due persone per un momento molto felici. E ora sono quasi settant’anni che si sta insieme».

Si sente fortunata di questo lungo rapporto?
«Abbiamo litigato tantissimo, ma poi sulle questioni di fondo l’accordo è sempre stato totale. Non credo di essere stata una persona facile. Non mi piacciono i compromessi. Forse per questo non sempre mi sono trovata benissimo all’università».

Nel senso?
«Gli ambienti accademici non sono mai stati l’ideale. Vi ho conosciuto persone valide. Ma prevalgono gli aspetti servili, conformistici. Sono luoghi dell’ipocrisia dove tutto ruota attorno a un barone che si sente particolarmente importante».

Come è sopravvissuta a tanta mediocrità?
«Grazie alla tenacia e al sapere che cosa esattamente avrei dovuto fare. E la prima cosa era vincere delle borse di studio per andare fuori dall’Italia».

La scienza cosa le ha insegnato?
«A osservare cercando di capire il funzionamento dell’universo. Le applicazioni della fisica ci hanno permesso di ricavare tutto quello che sappiamo sui corpi celesti».

Ma le stelle le vede solo da questo punto di vista?
«Sono corpi meravigliosi».

Sono anche delle metafore?
«Non ho mai fatto la poesia delle stelle. Semmai provo a immaginare come dovevano essere per gli antichi. La meraviglia che quei puntini luminosi e inalterati suscitavano. Il cielo penso sia il libro di testo dell’umanità. Quello che ha portato all’osservazione di fenomeni intangibili».

Gli antichi lo usavano per orientarsi e viaggiare.
«La polare come guida».

Le piace viaggiare?
«Un tempo sì. Ora, come vede, è diventato complicato».

Ora che fa?
«Studio, scrivo libri, faccio qualche conferenza, parlo con lei».

E che cosa non le piace fare?
«La prima cosa che mi viene in mente? Non prego mai».

La sua determinazione atea è incrollabile.
«Riflettendoci, in tarda età, questa determinazione è cresciuta».

Ci pensa?
«Il concetto di Dio mi persuade sempre meno. Non ricavo nessuna consolazione nell’idea di aldilà o di anima».

Come definirebbe l’anima?
«È il software del mio cervello che grazie all’esperienza elaboro continuamente da quando sono nata a quando morirò».

Non la turba l’accusa di scientismo?
«Non so neppure cosa voglia dire. La scienza non sa risolvere alcuni misteri: perché ad esempio c’è l’universo? Non lo so. Ma preferisco accettare il fatto che sia così piuttosto che ricorrere alla spiegazione di Dio. L’idea di Dio è troppo comoda».

E l’idea della morte?
«Qui non c’è nessuna spiegazione ulteriore. Tutto nasce, si consuma e muore. Anche le montagne subiscono la stessa cosa».

Qual è il suo rapporto con la paura della morte?
«Non ho paura della morte, semmai ho paura di non essere autosufficiente. Dovessi diventare un vegetale non vorrei fare la fine di Welby, cosciente ma nelle mani degli altri. Questo mi terrorizzerebbe».

È per l’eutanasia?

«Certamente.

Non è una scorciatoia?
«Sì, ma perché devo soffrire? Se non servo più a nulla, se non posso fare quello che mi piace, se devo vegetare: che ci sto a fare? Consumo risorse inutilmente».

Brutale ma chiara. Come quando confessa che non è mai andata a trovare i suoi genitori sulla loro tomba.
«È vero, ma lì, un po’ fuori Firenze, ci sono sepolte solo poche ossa».

Non crede nei simboli, nel rito?

«Mi dice di più una fotografia, vederli ritratti mi fa piacere. Ma non ho feticci».

E rimpianti?
«Neppure uno. È un sentimento a me estraneo. In questa lunga vita ho solo cercato di essere me stessa, senza mai barare».




Antonio Gnoli