IL PIANETA AZZURRO

pianeta azzurro
"Presentato nel 1982 alla 50ma Mostra del Cinema di Venezia, l’opera prima del noto insegnante di Pozzolengo, classe 1933, riscosse numerosi premi, ma su tutti (com)mosse l’incommensurabile coscienza di uno dei padri del 900 cinematografico, Andrej Tarkovskij.

L’autore di Scolpire il tempo, affermò “Il pianeta azzurro è un poema, un concerto sulla natura, l’universo, la vita.
Un’immagine diversa da quella sempre vista”.

Eccolo, avrà pensato Tarkovskij, l’artista “in grado di oltrepassare i limiti della ragione rettilinea per esprimere la particolare natura dei sottili legami e dei fenomeni profondi della vita, la sua complessità e verità”.

Come non poteva esserlo, l’esito di ben due anni di lavorazione in assoluta libertà, dedizione e ricerca, traboccante di un coraggio nobile, che va dallo slancio fraterno del produttore Silvano Agosti, alla sinergia con la moglie Neria, sua unica assistente, cui il film è dedicato, sino a quei collaboratori spirituali ringraziati nei titoli di coda: Giacomo Leopardi, gli alberi, i fiori e gli animali di Val Bruna.

Di questo linguaggio naturale accessibile all’uomo, Piavoli valorizza, forse in modo ancora ineguagliato, l’ambivalenza ontologica di discorso/silenzio, la disponibilità all’ascolto, quale dimensione distintiva alla pari della ragione. Se in modo più evidente per lo spettatore, viene sovvertita la psicologia della percezione visiva portando lo sfondo a farsi figura nel gigantismo del primo piano, allo stesso modo viene esaltato il silenzio d’ambiente (vento, acqua, versi d’ animali, vociare umano, frastuono meccanico) come discorso positivo originario.
E dal momento che nel bagno acustico sono le immagini a seguire la musicalità, anziché farsene accompagnare, l’ombra può assurgere a protagonista.
La macchina da presa cattura nella semioscurità bluastra di luna piena lo spettro burrascoso delle fronde secolari nel boato dell’imminente tempesta; nella penombra delle pareti domestiche insegue la fuga giocosa di silhouette - Peter Pan, scucitesi da piedi bambini, per rifugiarsi sin sulle alte mura del caseggiato, come proiezioni fuggite dalla sala; pertanto, un uomo trascina via il portone di un capannone a tutto schermo come una dissolvenza a tendina del cinema muto, ad aprire dal nero il sipario sulla geometria del lavoro, le opere idrologiche, le macchine agricole, i fari della trebbiatrice nella notte come occhi alieni.
In poche risonanze si dispiega un’ellissi impercettibile: i fragori di natura, i clamori di famiglia, i trambusti industriali saltano quei 100 anni in un giorno solo, dagli aratri nei campi agli aerei nel cielo."





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